Sì alla riforma della giustizia, l’intervento di Bandecchi alla maratona oratoria di Terni

Sì alla riforma della giustizia, l’intervento di Bandecchi alla maratona oratoria di Terni

L’intervento di Stefano Bandecchi, leader di Dimensione e sindaco e presidente della provincia alla maratona oratoria organizzata a Terni per i comitati per il Sì alla riforma della Giustizia.

“Vorrei  offrire alcuni spunti di riflessione che, pur nella loro semplicità, potrebbero rivelarsi importanti.

Il primo punto riguarda il voto di domenica sulla separazione delle carriere. Non si tratta di un dramma. Già oggi esiste una sola possibilità di passaggio tra la carriera giudicante e quella inquirente, quindi non stiamo dicendo un’eresia.

Fermiamoci però un momento ad analizzare la formazione di un magistrato. Oggi un magistrato non è educato né preparato a svolgere un’indagine. È un laureato in giurisprudenza che ha superato un concorso, ma a cui, dopo averlo vinto, nessuno ha insegnato che cosa sia un’indagine.

Da quando è stata introdotta la riforma, i casi di errore giudiziario sono triplicati. In passato le indagini venivano svolte dai Carabinieri, dalla Polizia di Stato, dalla Guardia di Finanza: corpi dotati di competenze specifiche. Per diventare commissario di pubblica sicurezza o ispettore è necessario frequentare scuole di formazione dedicate, che preparano concretamente all’attività investigativa.

Chi si farebbe operare da un falegname? Allo stesso modo, nessuno ha in casa un mobile costruito da un medico. Dobbiamo guardare alle competenze. La separazione delle carriere non è un’eresia: può diventare, al contrario, uno strumento per garantire la massima formazione nelle due funzioni.

Indagare e giudicare non sono la stessa cosa. Indagare richiede una preparazione specifica, affinché chi svolge questa funzione – peraltro retribuito dallo Stato – possa garantire pari dignità a tutte le parti.

Dobbiamo sempre ricordare che un magistrato non è un avvocato. Un pubblico ministero non è un difensore a cui è consentito tutto. La legge prevede che il pubblico ministero sia in grado di raccogliere prove sia a favore sia contro, assumendo quindi un ruolo più elevato rispetto a chi conduce una semplice indagine.

Eppure oggi il pubblico ministero è posto nella condizione di essere lui stesso l’investigatore. È una posizione delicata, perché finisce per essere giudice di se stesso nella valutazione del reato. In passato poteva confrontarsi con le risultanze investigative di un commissario di pubblica sicurezza o di un generale dei Carabinieri, operando una prima selezione delle prove. Oggi questo equilibrio è venuto meno.

Se il pubblico ministero deve condurre un’indagine, deve avere una preparazione specifica. Ma questa preparazione oggi non esiste, perché non esiste una carriera autonoma del pubblico ministero inquirente. Si vince un concorso e, senza una formazione adeguata, ci si attribuisce la capacità di svolgere indagini, al pari di chi ha seguito anni di scuole specialistiche, come quelle delle forze di polizia o di organismi investigativi internazionali.

Ecco perché la separazione delle carriere rappresenta un passaggio importante: non è un torto a qualcuno, ma una scelta. Si può decidere di essere un pubblico ministero inquirente, seguendo un percorso formativo specifico, oppure di essere un giudice, cioè una figura chiamata a decidere in modo sereno e imparziale, al di fuori di ogni coinvolgimento investigativo.

Questa riforma offre la possibilità di distinguere chiaramente tra pubblici ministeri e giudici.

C’è poi un’altra riflessione, utile anche nel confronto con chi è orientato a votare “no”. Come mai il 99,5% delle richieste di rinvio a giudizio viene accolto, ma solo il 35% si traduce in una condanna? Questo dato dimostra che molti giudici ritengono che le indagini non siano state condotte correttamente, arrivando a conclusioni diverse rispetto a quelle del pubblico ministero.

Non si tratta di un referendum politico né di una trasformazione radicale del sistema: si tratta semplicemente di creare due categorie professionali eccellenti, una inquirente e una giudicante.

Il secondo e ultimo punto riguarda il tema dell’influenza della politica sulla giustizia attraverso il sorteggio dei componenti del CSM. È difficile sostenere che il sorteggio possa essere uno strumento di controllo politico, considerando che la scelta avverrebbe tra migliaia di magistrati con decenni di esperienza.

Anzi, il risultato sarebbe opposto: la politica verrebbe progressivamente esclusa da ogni forma di influenza diretta sulla magistratura. Ed è un passaggio fondamentale. Nessuno vorrebbe una giustizia condizionata dall’orientamento politico, con giudici “di destra” o “di sinistra”. I giudici dovrebbero essere percepiti come figure imparziali, quasi neutre.

Questa riforma può contribuire a costruire una magistratura più sana.

Si vota per questo: per garantire il diritto di essere indagati da un professionista e di essere giudicati con competenza e imparzialità. È solo una parte del percorso, forse il 3% di ciò che serve per costruire una giustizia pienamente democratica in Italia.